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LA TOSCANA IN
PILLOLE

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della Toscana, scegline una dall'elenco di sinistra.
DATI
Estensione: 22.992 km2; abitanti: 3.510.000; province:
Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia, Prato,
Siena; capoluogo: Firenze.
STORIA
La Toscana fu abitata fin dal paleolitico inferiore, ma i
ritrovamenti più importanti riguardano il paleolitico medio (con insediamenti
all'aperto e in grotta sul Monte Cetona e nelle Alpi Apuane) e superiore, per il
quale alcuni aspetti presentano notevoli connessioni con culture coeve della
Puglia. Numerose sono le testimonianze dei tempi neolitici, in cui genti dedite
all'agricoltura e all'allevamento erano in possesso di culture con numerosi
influssi delle regioni confinanti. Per il successivo periodo eneolitico,
basilare per i rapporti con le regioni vicine è l'esistenza di reperti sia di
tipo Remedello sia di tipo Rinaldone. Con l'età del Bronzo buona parte del
territorio toscano entra nell'ambito del grande complesso della civiltà
appenninica, rivelata soprattutto dai numerosi ritrovamenti di Monte
Cetona con la caratteristica produzione di ceramica decorata a incisioni
meandriformi. Con l'Età del ferro su tutto il territorio regionale è un
fiorire ed un espandersi della civiltà etrusca. Un popolo che però non
arrivò mai a formare un'unità politica compatta, che non agì mai come
nazione. Era invece costituito da numerose città tra le quali erano importanti,
a sud della Toscana, Cere, Tarquinia, Vulci, Veio, Volsini;
al centro Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle, Vetulonia, Populonia;
a nord Pisa, Fiesole, Volterra, governate prima da re (lucumoni) poi da
oligarchie. Tali città si raggruppavano talora in confederazioni o leghe di
natura religiosa. Trai il VII e il V sec. a.C. la civiltà etrusca raggiunse
l'apice della propria importanza, che si protrasse nel tempo e influenzò le
regioni vicine sul piano culturale, religioso e artistico. Prova di ciò è che
la stirpe dei re romani dei Tarquini aveva ascendenze etrusche.
Caduto l'impero romano, la Toscana passò sotto
il dominio di Odoacre, di Teodorico, dei Bizantini, dei Longobardi (nel 570) e
poi dei Franchi (nel 774). Costituita in marchesato dapprima personale e in
seguito (1027) ereditario, il primo marchese fu Bonifacio I (812). Morto
l'ultimo dei Carolingi (888), la regione fu contesa dai pretendenti alla Corona
d'Italia. Sotto gli Ottoni (sec. X), incorporati alcuni comitati toscani, dilatò
i suoi confini a nord oltre gli Appennini e in Liguria. Ugo di Toscana trasferì
la sede da Lucca a Firenze (fine del sec. X). Quando passò agli Attoni venne a
far parte di un potente complesso feudale che, a cavallo della zona
centro-settentrionale dell'Italia, dominava le comunicazioni tra la Valle Padana
e la Penisola ed entrava come intermediaria nelle lotte tra Chiesa ed Impero,
all'epoca di Matilde, che, morendo (1115), lasciò i suoi possessi alla Chiesa.
L'invio di margravi e vicari imperiali impedì però che il Papato potesse
effettivamente esercitarvi il proprio dominio. Dalle lotte trassero grandi
vantaggi
le autonomie delle città toscane che, appoggiandosi ora all'uno ora all'altro
dei contendenti, poterono conquistare l'indipendenza di fatto e reggersi con
propri statuti. Mentre una profonda trasformazione dell'agricoltura e la
rinascita mercantile e industriale delle città segnavano un profondo
rinnovamento della regione, si sviluppavano le fortune di alcuni centri: Pisa,
Lucca, Pistoia, Arezzo (nella foto a sinistra panorama, nella foto
in basso a destra riproduzione in bianco e nero di una veduta), Siena,
Firenze, turbati però da incessanti lotte intestine e dai tentativi di
espansionismo di alcune città; dopo un periodo di supremazia pisana (sec. XII e
XIII), la battaglia della Meloria (1284) segnò l'inizio del predominio di
Firenze che sottomise successivamente Pistoia (1301), Arezzo (1348), Volterra
(1361) e Pisa (1406), mentre Lucca e Siena riuscivano a mantenere la loro
indipendenza, ma passavano ad un ruolo secondario. Negli anni successivi la
storia toscana si confuse con quella della Firenze dei Medici. Fallito infatti
l'ultimo tentativo repubblicano (1530), Alessandro de' Medici pose le basi per
la costituzione di un vero e proprio Stato regionale che venne completato da
Cosimo I, aggiungendo ai domini toscani Lucca e Siena e rafforzando l'apparato
giuridico e amministrativo in senso assolutistico. Francesco I (1574-87) continuò
la politica di consolidamento dello Stato e attuò qualche opportuna misura di
carattere economico. Ferdinando I (1587-1609) si accostò alla Francia per
controbilanciare la soggezione del Ducato alla Spagna e ostacolare le velleità
espansionistiche dei Savoia; lo sviluppo della marina da guerra favorì
l'ampliamento dei traffici commerciali, mentre, dall'altra parte, la bonifica
della val di Chiana e della Maremma confermava il primato agricolo della Toscana
tra le regioni italiane del tempo. Sotto Cosimo II (1609-21) e Ferdinando II
(1621-70) si ebbe un declino e la Spagna prese di nuovo il sopravvento a tutto
danno dell'economia. Cosimo III (670-1723), debole e bigotto, e Gian Gastone
(1723-37), principe di debolissimo carattere, accelerarono la decadenza politica
ed economica e la dinastia dei Medici malamente si estinse. La Toscana fu
allora assegnata (guerra di successione polacca) a Francesco Stefano III di
Lorena, perdendo molto della sua indipendenza, ma in compenso beneficiò
dell'atmosfera riformatrice favorita dai nuovi sovrani. Esemplare l'opera di
Pietro Leopoldo (1765-90) che, assistito da un valente gruppo di ministri e di
tecnici rinnovò in modo incisivo ogni ramo della vita e delle istituzioni
toscane (abolizione della tortura e della pena di morte, annullamento delle
servitù feudali, emanazione di un nuovo Codice civile, pubblicizzazione del
bilancio statale, tentativo di riforma religiosa, ecc.). Suo figlio Ferdinando
III (1790-1801; 1814-24) fu assai più cauto e di minore vigore intellettuale,
ma il moto avviato dalla dinastia lorenese continuò a portare i suoi benefici.
Occupato dai francesi nel 1799 e ripreso nel 1800, il Granducato fu assegnato
dal Trattato di Luneville (1801) ai successori dell'ultimo re di Parma
col nome di Regno di Etruria. Incorporato quindi (1807) nell'Impero insieme allo
Stato dei Presidi, fu nuovamente costituito in Granducato per Elisa Bonaparte
Baciocchi che governò dal 1809 al 1814. Ritornato infine ai Lorena (1814), si
ingrandì del Ducato di Lucca (1847) e godette di un regime tollerante e bonario
che permise la formazione di un importante gruppo di liberali moderati (Ridolfi,
Ricasoli, Lambruschini) essi spinsero dapprima Leopoldo II (1824-59) a riforme e
alla concessione dello Statuto (1848), ma dopo le vicende del 1849 (governo
democratico, proclamazione della
Repubblica, fuga del granduca a Gaeta e sua restaurazione con l'aiuto austriaco)
si volsero con sempre maggiore simpatia al Piemonte. Allo scoppio della seconda
guerra d'indipendenza (1859) l'agitazione rivoluzionaria costrinse Leopoldo II,
ormai privo di appoggi interni, ad abbandonare Firenze e a rifugiarsi a Vienna.
La Toscana datasi allora un governo provvisorio sotto la direzione di Peruzzi e
poi di Ricasoli, offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II e proclamò quindi
con un plebiscito (11-12 marzo 1860) la sua annessione al Piemonte.
ARTE
Molto esaltata nel '700, al tempo delle prime importanti scoperte
archeologiche, e considerata in seguito soltanto un fenomeno provinciale
dell'arte greca, l'arte etrusca è stata nei decenni scorsi rivalutata
soprattutto per la sua aclassicità testimoniata da un realismo
espressionistico, a volte drammatico, dal quale emerge il carattere più tipico
della visione d'arte degli Etruschi. Il Museo Archeologico di Firenze conserva
numerose testimonianze dell'arte di questo popolo. Meno importanti ma numerosi
sono i resti di arte romana, la cui manifestazione più originale è quella
della ceramica aretina. Notevoli sono i resti di Cosa (le mura poligonali, il
foro con i suoi monumenti) e Roselle (il foro con la basilica e altri edifici,
gruppo di ritratti imperiali); inoltre il teatro e il tempio di Fiesole, il bel
teatro di Volterra, le mura sillane di Chiusi, gli anfiteatri di Lucca e di
Arezzo. Numerose erano le ville lussuose di cui restano avanzi lungo le coste
tirreniche (dintorni di Cosa, Talamone, Populonia, Cecina, Massaciuccoli) e
sulle isole (Elba, Pianosa, Giannutri, Giglio). Scarse sono le testimonianze
architettoniche paleocristiane e in genere altomedievali (cripta di Sant'antimo,
duomo di Chiusi). La grande fioritura artistica della regione ebbe inizio nel
sec. XI, con lo sviluppo dell'architettura romanica nel cui ambito si
distinguono varie caratterizzazioni locali. Tra le architetture fiorenti del
sec. XI, i maggiori esempi sono il Battistero, consacrato nel 1059, la cui
strutture geometrizzanti rimandano alla tradizione paleocristiana, la chiesa di
S. Miniato al Monte, anch'essa ricca di derivazioni tardoantiche. A questa
tendenza si contrapposero l'architettura lombardeggiante di Lucca (S.
Alessandro, S. Frediano) e quella originalissima di Pisa, il cui celebre
complesso della piazza dei Miracoli (cattedrale, campanile, battistero) mostra
chiaramente la fusione di elementi romanico-lombardi con altri di derivazione
orientale, con una spiccata attenzione agli elementi coloristici e decorativi.
Il romanico pisano trovò larga diffusione anche in altre città toscane, come
Pistoia (S. Giovanni in Pantano), Lucca (S. Martino), Arezzo (pieve di Santa
Maria). I maggiori centri della scultura romanica furono Pisa (Guglielmo,
Bonanno), Lucca (Biduino) e Pistoia (Gruamonte), città nelle quali dominò
l'influsso lombardo-emiliano. La pittura fu legata a lungo alla tradizione
bizantina (Berlinghieri), sia pure arricchita da una nuova drammaticità (Giunta
Pisano), mentre un'impronta innovatrice fu data dallo stile vigoroso di Coppo di
Morcavallo, attivo a Firenze (mosaici nell'abside del battistero). L'arte gotica
toscana ebbe i suoi principali centri a Firenze, dove fu caratterizzata da
un'interpretazione severa del nuovo gusto, e a Siena, nelle cui manifestazioni
si nota un maggior colorismo e pittoricismo. I maggiori monumenti gotici sono,
in Firenze, Santa Maria Novella, Santa Croce (iniziata nel 1295), Santa Maria
del Fiore (iniziata nel 1296 da Arnolfo di Cambio) e nel sec. XIV Orsanmichele.
A Siena sono da vedere il duomo e il palazzo pubblico; altri notevoli monumenti
gotici sono a Volterra, Lucca, Pisa, ecc. A iniziare dalla seconda metà del
sec. XIII si sviluppò
nella regione l'attività di un'eccezionale serie di maestri che definirono i
caratteri dell'arte toscana e ne estesero grandemente l'influenza. Nicola
Pisano, formatosi quasi certamente in Puglia, introdusse i moduli
classicheggianti che Arnolfo di Cambio sviluppò e fuse con il suo linearismo
gotico di derivazione francese. Mentre Giovanni Pisano elaborò uno stile
drammatico, nervoso e sintetico, continuato da Tino di Camaino, Lorenzo Maitani,
Andrea e Nino Pisano. Innovatore della pittura, attardata sui moduli bizantini,
fu Cimabue, con la sua maestosa, "classica" interpretazione del
sentimento drammatico, ma una vera rivoluzione pittorica, per concezione
sintetica, spaziale, plastica e drammatica, fu compiuta da Giotto (nella
foto di sinistra il Campanile del Duomo), la cui influenza andò ben
oltre i limiti regionali e quelli dell'arte gotica. Differenti furono invece i
caratteri dell'arte senese, il cui grande iniziatore fu Duccio di Buoninsegna;
questi seppe rinnovare la tradizione pittorica bizantina sciolgliendone gli
schemi stereotipati in una linea fluida ed esaltandone la raffinatezza
cromatica; sulla sua scia si possono collocare A. e P. Lorenzetti, che
arricchirono di drammaticità e plasticismo lo stile di Duccio, mentre Simone
Martini ne accentuò i caratteri di raffinato linearismo e prezioso gusto
cromatico. Il sec. XV, con lo sviluppo dell'Umanesimo, segnò il periodo di
maggiore splendore artistico per la Toscana e particolarmente per Firenze,
divenuta in ogni campo città egemone. L'opera straordinaria di artisti quali
Brunelleschi, Donatello e Masaccio diede inizio, rispettivamente
nell'architettura, scultura e pittura, al Rinascimento italiano, raggiungendo
importanza europea per gli influssi che a lungo esercitò sull'arte successiva.
In architettura si sviluppò in particolare il tipico palazzo fiorentino, mentre
numerose sorsero anche le ville suburbane, grazie all'attività di notevoli
architetti, seguaci del Brunelleschi: Giuliano da Maiano, Benedetto da Maiano,
Giuliano da San Gallo. Fondamentale per la definizione dei caratteri
dell'architettura toscana fu la personalità di Leon Battista Alberti, di cui fu
allievo B. Rossellino, l'autore del palazzo Piccolomini a Siena e soprattutto
della progettazione di Pienza, uno dei più eccezionali esempi di architettura
rinascimentale. Altro geniale architetto fu il senese Francesco di Giorgio
Martini, mentre a Pistoia va ricordata l'attività di Ventura Vitoni. Anche la
produzione scultorea del sec. XV fu assai vasta. Primi grandi maestri del secolo
furono a Firenze Lorenzo Ghiberti e a Siena Iacopo della Quercia, entrambi, in
certa misura, ancora legati a modi gotici. Con Iacopo della Quercia la scultura
senese conobbe la sua ultima grande fioritura: dei successivi artisti, infatti,
i maggiori (il Vecchietta, Francesco di Giorgio Martini) rientrano
sostanzialmente nell'ambito fiorentino. A Firenze, ai modi di Donatello si
rifecero Michelozzo, Agostino di Duccio, Desiderio da Settignano. Numerosi gli
scultori della seconda metà del secolo, portatori di un'arte meno drammatica di
quella donatelliana: A. Rossellino, vigoroso ritrattista; Mino da Fiesole;
Benedetto da Maiano; il lucchese Matteo Civitali; Luca della Robbia, elegante e
delicato scultore in terracotta, la cui opera fu continuata, con minore abilità,
dai nipoti Andrea e Giovanni; e infine i due massimi scultori del periodo,
Andrea Pollaiolo, dal segno vigoroso e scattante e il drammatico Andrea
Verrocchio. Anche in pittura Firenze divenne il centro dominante, mentre la
scuola senese, dopo il goticheggiante Sassetta, in breve declinò. A Firenze,
contemporaneamente a Masaccio, operano il Masolino e il Beato Angelico, ancora
legati alla tradizione tardo-gotica, ben presto però superata, come dimostrano
le opere di Filippo Lippi, A. di A. del Castagno, di Paolo Uccello, originale
interprete della nuova scienza della prospettiva introdotta da Brunelleschi, e
soprattutto da Piero della Francesca, uno dei massimi artisti del Rinascimento,
che tuttavia lasciò scarsa influenza a Firenze; qui, sul finire del secolo,
furono operosi pittori quali Benedetto Gozzoli, il Pollaiolo, il Ghirlandaio,
Piero di Cosimo, Filippino Lippi, Sandro Botticelli, nelle cui raffinate
espressioni già si riflettono il travaglio della società fiorentina e la crisi
della cultura umanistica. Toscano, ma attivo quasi esclusivamente in Umbria fu
il grande Luca Signorelli. Sul finire del secolo
iniziarono la loro attività a Firenze maestri insigni, quali Leonardo e
Michelangelo, che influenzarono l'arte del sec. XVI; tuttavia l'importanza
culturale della città incominciò a diminuire a vantaggio di Roma. In
architettura, al principio del Cinquecento, sono da segnalare le opere del
senese B. Peruzzi (legato peraltro all'ambiente romano), di A. da San Gallo il
Vecchio e del nipote omonimo detto il Giovane, collaboratore di Michelangelo.
Quest'ultimo del resto fu il vero dominatore dell'arte fiorentina e toscana del
sec. XVI e diede avvio a una foltissima schiera di seguaci nel campo
dell'architettura, della scultura e della pittura. Proprio come continuazione ed
esasperazione dell'arte michelangiolesca (e di quella rinascimentale in genere)
si configura il manierismo toscano, che ebbe a Firenze la sua prima inquieta
stagione, annoverando artisti, per lo più legati alla corte medicea, le cui
opere raffinate sono dominate dal culto dello stile e dalla ricerca
dell'eleganza formale: B. Ammannati, Giorgio Vasari, B. Buontalenti, Bronzino,
Benvenuto Cellini, Giambologna (nella foto a destra la fontana del
Nettuno a Firenze)) che perviene, in alcuni artisti, alla drammaticità e
all'esasperazione stilistica ( Rosso Fiorentino, Pontormo). Va ricordata inoltre
la tardiva rinascita della scuola pittorica senese, che nel Sodoma e nel
Beccafumi ebbe due interpreti che tentarono la conciliazione dei modi
michelangioleschi con altri derivati dallo sfumato leonardesco. Il barocco fu in
Toscana più sobrio che in altre regioni italiane. L'arte toscana restò legata
al classicismo di età rinascimentale, accogliendo tardivamente e limitatamente
le novità del barocco. Massimo architetto toscano del sec. XVII di Gherardo
Silvani, autore di vari palazzi e chiese in Firenze. Il maggiore contributo
dell'architettura sei-settecentesca toscana fu comunque dato dalle numerose e
sfarzose ville sparse nelle campagne, specie nei dintorni di Firenze. La pittura
e la scultura toscane del sec. XVII non oltrepassarono l'ambito regionale.
Complessivamente modesta anche la pittura del sec. XVIII. Sul finire del
medesimo secolo si diffusero anche in Toscana i modi neoclassici, dove si
alternarono pesanti complessi decorativi e più equilibrate composizioni.
Nell'Ottocento le maggiori personalità si ebbero nel campo della scultura (tra
gli altri Duprè), mentre l'attività dei "macchiaioli" (Fattori,
Lega, Signorini) conferì nuovamente alla regione un ruolo di prestigio
nell'ambito dell'arte europea. Nel sec. XX si può ancora parlare di arte
"toscana", a proposti di artisti come O. Rosai e A. Soffici, la cui
opera tuttavia rientra tra le più aggiornate espressioni della cultura
internazionale.
GASTRONOMIA
La cucina toscana è innanzitutto una cucina rustica, di campagna,
fatta di sapori genuini mantenuti il più possibile inalterati, ed è una cucina
sobria. Pochi elementi ma scelti ne sono la base: un pane dalla mollica compatta
e dalla crosta dura, insipido, che entra dappertutto, fresco, abbrustolito,
raffermo; una carne cotta sulla brace senza condimento, le verdure e i legumi,
gli odori più saporosi, il tutto accompagnato da un olio d'oliva poco raffinato
dall'aroma intenso. Nell'alimentazione tradizionale predominano i minestroni e
le zuppe a base di fagioli e verdure, appoggiati in genere su fette di pane
raffermo (acquacotta, ribollita, bordatino, pappa col pomodoro); pane che può
anche diventare l'elemento fondamentale di piatti come la panzanella, i crostini
con i fegatini e tanti altri. Specialità asciutte sono gli gnocchi del
Casentino (di spinaci e ricotta), le pappardelle al sugo di lepre o d'anatra
dell'Aretino, i pici del Senese. Come carne dominano le parti pregiate,
dalla gigantesca bistecca alla fiorentina all'arista di maiale, arrostite sulla
graticola o allo spiedo. Si consumano in discreta quantità anche pollame (pollo
alla diavola, al mattone), l'agnello e la selvaggina (lepre in dolceforte,
fagiano tartufato, rincartato, cinghiale), l'anatra all'arancia, nata proprio
qui e portata in Francia dai cuochi di Caterina de' Medici. In tutta la regione
è molto praticato l'allevamento dei suini, che fornisce eccellenti salumi: tra
i più tipici la finocchiona, la soppressata, il biroldo o mallegato, le
salsicce allo zenzero, il prosciutto di cinghiale e l'inimitabile lardo di
Colonnata. Essenziale è l'apporto delle verdure fresche, asparagi, carciofi,
zucchine, fiori di zucca, spesso approntati nei fritti misti, e dei legumi:
piselli, fave, (dette baccelli, e spesso mangiate fresche col pecorino) e
soprattutto fagioli (all'uccelletto, al fiasco, ecc.). Le specialità marine
sono un contributo soprattutto del livornese: il caciucco, le triglie, lo
stoccafisso, le telline e il tonno. Diffuse in varie province (Arezzo, Grosseto,
Pisa) le anguille (in zimino, sfumate) anche sottoforma di cieche o cee
(neonate). La casearia toscana si basa soprattutto sul latte ovino, producendo
tipi più o meno dolci di pecorino da consumarsi fresco o stagionato, il
raviggiolo, le crete senesi o aretine (formaggelle prodotte con il latte delle
pecore che pascolano su terreni cretosi); vi sono inoltre il brancolino di latte
vaccino e i latticini di bufala della Maremma. La caratteristica della
pasticceria toscana è di essere piuttosto asciutta, con varie specialità a
base di farina di castagne: il castagnaccio e i necci della Lucchesia, la
pattona, il baldino di Cortona, Molti anche i fritti (bomboloni, cenci,
tortelli, migliaccio), mentre rinomati anche al di fuori della Toscana sono lo
zuccotto, il panforte e i ricciarelli senesi, i brigidini di Pistoia, il
buccellato di Lucca. Oltre al Chianti, il vino rosso italiano più popolare
all'estero, la Toscana produce molti vini pregiati, raccolti da qualche anno a
questa parte sotto la definizione di Supertuscans: il montecarlo, il
brunello di Montalcino, il carmignano, il nobile di Montepulciano, il Bolgari
rosso Piastraia di Castagneto Carducci (LI). Tra i bianchi l'ansonica, l'elba
bianco, l'aleatico, il montecarlo bianco, i vini vergini della Val di Chiana.
Pregiati i tipici vini da fine pasto: il vin santo (da accompagnare ai cantucci
alle mandorle), la vernaccia, il malvasia e i liquori di antica tradizione
conventuale come il certosino, la gemma d'abete, l'alchermes.
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