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LA SARDEGNA IN PILLOLE

Per conoscere tutto di una zona della Sardegna, scegline una dall'elenco di sinistra.

DATI   Estensione: 24.090 km2; abitanti: 1.645.000; province: Cagliari, Nuoro, Oristano, Sassari; capoluogo: Cagliari.

Il termine Sardegna deriva dal latino Sardinia, con cui l'isola era nota nell'antichità classica.

STORIA   Recentemente sono venuti alla luce reperti archeologici risalenti al Paleolitico che testimoniano della presenza umana sull'isola già in tempi remoti, nonostante la notevole distanza che separa la Sardegna dalla Penisola. Mentre è sicuro che a partire dalla metà del IV millennio a.C. la Sardegna fosse un stabilmente inserita in circuiti di scambio che coinvolgevano sia il Mediterraneo occidentale sia quello orientale (come dimostrano i numerosi frammenti micenei trovati in Sardegna e i vasi sardi rinvenuti a Creta, risalenti all'Età del Bronzo. Agli inizi del II millennio a.C. si data la comparsa dei nuraghi (nella foto a destra, un esempio), costruzioni a torre che punteggiano il paesaggio della campagna sarda; intorno ad essi si svilupparono ampi villaggi, pozzi, e fonti sacre e altri elementi tipici di una società complessa, fino ad arrivare alle manifestazioni d'arte bronzistica della prima Età del Ferro. 

Verso il sec. VIII a.C., gruppi di Fenici, soprattutto Cartaginesi, si insediarono sulle zone costiere, in particolare quelle meridionali e orientali, dove fondarono Caralis (Cagliari), Nora, Tharros, ecc. mentre i Sardi si ritiravano all'interno. I Focesi, a loro volta, fondarono Olbia (nella foto in basso a sinistra, il Golfo degli Aranci), ma la loro penetrazione in Sardegna si arrestò dopo la battaglia nelle acque di Alalia (circa 535 a.C.) contro Etruschi e Cartaginesi i quali, anche se sconfitti, riuscirono ad affermarsi sull'isola, specialmente i primi che estesero gradualmente la loro penetrazione. La stessa Roma rinunciò a commerciare nell'isola in base a un trattato stipulato con Cartagine nel 384 a.C.; tuttavia scoppiarono frequenti le rivolte degli indigeni sardi insofferenti della dominazione straniera. Nel 238 a.C. Cartagine si indebolì a causa della sconfitta subita nella I guerra punica; Roma ne approfittò occupando l'isola; nel 226 a.C. la Sardegna fu eretta a provincia insieme alla Corsica. Durante l'Impero la Sardegna fu separata dalla Corsica e lentamente si romanizzò, pur conservando caratteristiche sue proprie, così come nei secoli successivi, lentamente andò cristianizzandosi. Verso la metà del sec. V d.C. venne invasa dai Vandali e circa un secolo più tardi ripresa dall'imperatore d'Oriente attraverso l'opera del generale Belisario. L'imperatore provvide ad insediarvi un comando militare per la difesa e un giudice per l'amministrazione. Il dominio bizantino accelerò la decadenza già in atto e lasciò l'isola esposta alle scorrerie, invasioni e distruzioni operate dai Goti, dai Longobardi e soprattutto dagli Arabi che infestarono per secoli le coste. Mentre il potere di Bisanzio diveniva un diritto privo di efficacia, la mancanza di difese fece emergere i giudicati che agirono come Stati indipendenti e furono caratteristici dell'isola. I documenti più antichi risalgono al sec. IX. Allora l'isola era divisa in quattro giudicati: di Cagliari, di Arborea, di Gallura, di Torres che garantirono alla Sardegna il periodo più prospero, favorendo il riordinamento amministrativo ed istituzionale, la promulgazione delle leggi, il fiorire dell'agricoltura, dell'artigianato, dell'industria mineraria e degli scambi marittimi. Fino al sec. XIII i papi si erano limitati a esigere un giuramento di fedeltà o a inviare un legato, ma ormai l'isola rischiava di essere travolta dallo scatenarsi degli appetiti, non solo di Genova e Pisa, che cominciavano a smembrare i giudicati, ma anche dell'impero (Federico II), degli Angiò, dei Malaspina, senza contare le aggressioni arabe. Forse nel timore di perdere del tutto i diritti, papa Bonifacio VIII compì un gesto destinato a sconvolgere la struttura politica e a distruggere ogni autonomia dell'isola, cedendola a Giacomo II d'Aragona (1297). La dominazione prima aragonese poi spagnola sfruttarono ampiamente le risorse della Sardegna, senza per altro concedere ai sardi alcuna autonomia, ma anzi soffocando nel sangue le rivolte e le sommosse che periodicamente si accendevano nell'isola. I trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714) assegnarono la Sardegna all'Austria, ma la Spagna non si rassegnò e tentò la riconquista. Sconfitta dalla Quadruplice Alleanza (Francia, Inghilterra, Austria, Olanda) col Trattato di Londra (1718) dovette rinunciare definitivamente a favore di Vittorio Amedeo II di Savoia, che prese possesso della Sardegna (1720) inviando il barone Saint-Rhémy col titolo di viceré. Ebbero inizio allora alcune riforme, continuate con più ampio respiro da Carlo Emanuele III (1730-73) per dare vita all'industria, rianimare l'agricoltura, riordinare l'amministrazione e la giustizia, limitare i privilegi, soprattutto del clero. I diritti feudali vennero aboliti soltanto nel 1835 da Carlo Alberto che, nel 1847 e su richiesta del Parlamento sardo, sancì la parità di diritti con il Piemonte. L'insorgere di altri gravi problemi minimizzò i miglioramenti. Questi divennero più sensibili solo dopo l'unità d'Italia (1861), favoriti da uno sfruttamento minerario più intenso, dalla costruzione di ferrovie, da incentivi industriali. Ciononostante il progresso era lento anche per l'accentramento politico ed amministrativo non sempre consono agli interessi isolani. Nel primo dopoguerra vi fu un tentativo per una maggiore autonomia. Di tale necessità si rese interprete il Partito Sardo d'Azione, costituito durante un congresso di combattenti a Oristano, alla vigilia delle elezioni del 1921, ma il fascismo pose fine alle speranze e presunse di risolvere il problema con la costruzione del centro minerario di Carbonia (1938) e di alcune bonifiche. L'ultima guerra e i bombardamenti lasciarono l'isola prostrata. Il ritorno della pace e della democrazia con il ripristino di partiti, tra cui quello Sardo d'Azione, alimentarono la speranza di trovare la via del progresso nell'autonomia, concessa dalla legge costituzionale del 26 febbraio 1948, che sanzionò la nascita della Regione autonoma sarda a statuto speciale.

ARTE   Numerose le tombe megalitiche dette tumbas de sos gigantes (tombe dei giganti), sepolture collettive a lungo corridoio con fronte a semicerchio (forse per cerimonie funebri) e stele arcuata scolpita sopra l'ingresso; sono frequenti anche i betili di basalto (perdas fittas), con o senza mammelle. Dai templi all'aperto e dai numerosi pozzi sacri al culto delle acque, ma anche dalle tombe, provengono i noti bronzetti (ne sono stati ritrovati più di 500, raffiguranti guerrieri, animali, divinità, ecc.) che si datano tra il sec. VIII e il sec. V a.C., ora conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, preziosi per la conoscenza della civiltà sarda. Alla colonizzazione fenicio-punica delle coste della Sardegna (sec. VIII-VI a.C.) si deve la fondazione delle prime città intorno a scali portuali caratterizzati da isolotti antistanti la costa e da lagune; all'interno si trovano l'importante centro fortificato di Monte Sirai, sorto su un precedente nuraghe, e la fortificazione isolata di S. Simeone di Bonorva. Anche dopo la conquista romana la Sardegna conservò alcune caratteristiche particolari. A Nora e Tharros, imprtanti centri archeologici dell'isola, i monumenti romani presentano talora carattere punico; ad Antas il tempio romano (ma con influenze puniche) del sec. III a.C., dedicato al dio protettore dell'isola, Sardus Pater, è preceduto dal tempio punico (sec. V a.C.) del dio semitico Sid. Numerosi resti punici e romani sono visibili in molte città costiere, come Cagliari (anfiteatro, necropoli), Bithia, Sant'Antioco, Cornus, Bosa, Porto Torres (il complesso termale detto "Palazzo di Re Barbaro"), Olbia e alcune località all'interno (gli impianti termali di Bagni Oddini e Fordongianus, l'antica Forum Trajani).

La più antica testimonianza sarda di arte paleocristiana è costituita dalle catacombe di Sant'Antioco, ricavate da ipogei punici (sec. II), ma il primo importante esempio di architettura cristiana dell'isola è la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, già S. Saturnino, presso Cagliari (sec. V), a pianta centrale con cupola, di evidente derivazione romana. Pochi sono gli edifici preromanici: l'oratorio di S. Giovanni ad Assemini, la chiesa di S. Giovanni in Sinis presso Oristano, il santuario di S. Maria a Bonacardo; tutti databili ai sec. X-XI, rivelano nella struttura e nelle decorazioni l'evidente persistenza di motivi bizantini. Ben più significative sono le testimonianze d'arte romanica, le più antiche delle quali sono le chiese di S. Pietro a Bosa e di S. Sabina a Silanus. Verso la fine del sec. XI cominciarono a svilupparsi varie correnti architettoniche. I benedettini di S. Vittore di Marsiglia importarono in Sardegna motivi di derivazione provenzale, presenti nella ricostruzione di S. Saturnino a Cagliari, nella parrocchiale di Sant'Antico, nella chiesa di S. Efisio a Nora e nelle chiesette di S. Maria di Sibiola e di S. Platano a Villaspeciosa, caratterizzate tutte da copertura in parte a capriate e in parte a botte con archi trasversali. All'influsso francese si affianca quello pisano-lucchese, che compare nella basilica di S. Gavino a Porto Torres (sec. XI-XII), dovuta probabilmente a un architetto toscano, e che si caratterizza per l'insolita ampiezza della navata centrale e per la presenza di due absidi contrapposte (quest'ultima soluzione sembra però dovuta ad un rifacimento più tardo). Al modulo stilistico di S. Gavino si rifanno varie chiese, fra cui quella di S. Giusta a Oristano (circa 1140) che ricorda, nelle pareti esterne decorate da arcature cieche, le architetture di Buscheto. Di generica derivazione toscana, ma con alcuni motivi originali, sono molte altre chiese, tra cui la severa S. Maria del Regno ad Ardara (1170). L'estendersi dell'influsso stilistico toscano nella parte meridionale dell'isola, dapprima caratterizzata dallo stile francesizzante, è testimoniata dalla chiesa di S. Maria a Uta (1135-45), capolavoro dei monaci di S. Vittore, ma nella quale appare evidente, accanto a quella di maestranze francesi, la presenza di maestranze pisane. Fra i sec. XII e XIII gli influssi stilistici si fecero più vari, pur restando prevalentemente quello pisano-lucchese. S. Pietro di Sorres a Borutta, ad esempio, si rifà a stilemi pistoiesi, mentre elementi toscani e lombardi si fondono nelle chiese della SS. Trinità di Saccargia, di S. Maria di Tergu e in S. Pietro di Simbranos. Nella foto a sinistra la Torre di S. Cristoforo ad Oristano. La scultura ha prevalentemente una funzione decorativa (rosoni, capitelli, portali); notevoli per ciò che riguarda la pittura, sono gli affreschi della chiesa della SS. Trinità di Saccargia (sec. XIII), influenzati dalla pittura benedettina laziale. Poche sono le realizzazioni artistiche sarde del sec XIV, in prevalenza architetture militari (Cagliari, Oristano). In pittura e scultura sono particolarmente sensibili gli influssi toscani; degno di menzione il Crocifisso in S. Francesco di Oristano, che testimonia il crescere delle influenze spagnole nell'isola. Verso la metà del sec. XV si registra un aumento dell'attività edilizia, caratterizzata dalla presenza di maestranze aragonesi, o comunque influenzate da stilemi catalani. Tra le opere di maggior rilievo, oltre a numerosi complessi fortificati, le cattedrali di Alghero e Sassari e la chiesa di S. Giorgio a Perfugas. Nelle chiese, alla copertura con volte a crociera si affiancò quella in legno, di derivazione spagnola. Modesta la scultura, mentre in pittura predominarono nettamente i maestri spagnoli. Il gotico perdurò in Sardegna fino al principio del sec. XVII (l'unico modesto esempio di architettura rinascimentale è la chiesa di S. Agostino a  Cagliari, del 1580) acquistando caratteri propri che si notano in particolare nella cappella della cattedrale di Oristano nota come "Archivietto" (1626), di forme ritardatarie gotico-rinascimentali. Nei sec. XVII e XVIII si diffusero le forme barocche, di influsso sia spagnolo (facciata della cattedrale di Sassari, iniziata nel 1660 circa) sia italiano (chiesa di S. Michele a Cagliari). Senza eccessiva originalità gli edifici neoclassici (parrocchiale di Guasila, 1839; chiesa di S. Francesco a Oristano, 1841; ospedale di Cagliari, 1842). Al modesto livello artistico degli ultimi secoli fa tuttavia riscontro quello notevole dell'artigianato (tappeti di lana a motivi geometrici, merletti, ceramica, oreficeria in filigrana. Nella foto di destra, lavorazione al tombolo).

DA VEDERE   A Sedilo, il 5 luglio, in occasione della festa di San Costantino, si corre l'àrdia, una sorta di fantasia a cavallo. Interessanti le feste per il Carnevale, durante le quali si ritrova l'uso di maschere lignee antichissime, i maimones o mamutones di sicura origine demoniaca. In Barbagia durante la processione delle maschere figurano i boves, esseri animaleschi simili ai mamutones, ma con la maschera di bovini. Grandiose e spettacolari le sagre: da non perdere Sant'Efisio a Cagliari e la processione dei Candelieri a Sassari. 

GASTRONOMIA   L'isolamento, l'economia agricolo-pastorale e l'attaccamento degli abitanti alle tradizioni hanno fatto sì che la gastronomia sarda abbia conservato intatte le sue caratteristiche di arcaicità e di autonomia dagli influssi del continente. E' un sistema alimentare basato sui prodotti più semplici e naturali (pane, formaggio, pesce, cacciagione). All'interno dell'isola si verificano numerose variazioni da paese a paese; differenti per esempio sono i modi di impastare, modellare e cuocere il pane, perno dell'alimentazione tradizionale: dalla lottura della Planargia alla pizzuola della Barbagia e alla fresa o pistoccu, più noto come carta da musica, che, per la sua lunga conservazione, è il pane che i pastori portano con sé in montagna. Tra le minestre asciutte si fa largo uso di pasta, anche confezionata in casa, e condita con cacio fresco, salsa di noci, ricotta, buttarega, ecc., mentre specialità esclusivamente sarde sono i malloreddus, la fregola, la lepudrida, il farru, i culurzones. Come carne la Sardegna offre soprattutto uno squisito capretto, porcellini e selvaggina (cinghiali, mufloni, caprioli), la cui cottura con metodi primitivi, allo spiedo e a carraxiu (in una buca del terreno tra due strati di frasche odorose e bacche, ricoperta poi di terra su cui viene acceso un fuoco), con l'unico condimento di erbe aromatiche, presta alle carni un aroma straordinario. A carraxiu viene cotto anche il malloru de su sabatteri (toro del ciabattino): un torello riempito con una capra contenente un porcellino che racchiude una lepre, questa una pernice e la pernice un uccelletto, e ricuciti con lesina e spago da un ciabattino (ci sono anche delle varianti semplificate!). Una diffusa specialità di cacciagione è la tacula, formata da otto tordi o merli cotti a vapore e conservati in sacchetti contenenti foglie di mirto. Il mare sardo offre una grande varietà di pesci e abbondanza di crostacei, cucinati entrambi in modo semplice (di solito arrosto), con l'eccezione delle zuppe (burrida o cassola). Grande sviluppo la casearia ovina: dal cacio fiore al pecorino, dai vari tipi di ricotta al casu becciu (invermato per troppo caglio). Col latte vaccino si preparano invece la fresa, le provole, il dolce sardo. Tra i dolci sono numerosi quelli preparati con miele, mandorle, il mosto cotto (detto saba o sapa), il formaggio. Tra le più note sono i torroni (l'aranzada nuorese e le niuleddas della Gallura), i gueffos o candelaus, i suspiros di Ozieri e gli ziddinis, tutti a base di mandorle, le pabassinas a base di uva secca, tradizionale di Ognissanti, Natale e Pasqua, le zippulas, frittelle di carnevale, i pirichittus, le pardulas pasquali, ripiene di formaggio. Nella produzione di vino la Sardegna va famosa soprattutto per la vernaccia e la malvasia, cui si aggiungono altri vini pregiati come il canonau, l'anghelu ruju, il nuragus, l'oliena, l'embarcador, ecc.